
La Venere di Urbino è un dipinto a olio su tela del maestro veneziano Tiziano (Tiziano Vecellio). Misura circa 119 per 165 centimetri ed è oggi conservata nelle Gallerie degli Uffizi a Firenze. Raffigura una giovane donna distesa su un letto dalle lenzuola bianche, nel ricco interno di un palazzo rinascimentale. Nella mano destra tiene un piccolo mazzo di rose, ai suoi piedi dorme acciambellato un cagnolino e sullo sfondo due ancelle sono indaffarate accanto a due grandi cassoni.
Il titolo con cui il mondo conosce il quadro gli fu dato più tardi. Quando il giovane nobile che lo acquistò ne parlava nelle sue lettere, non lo chiamava affatto Venere, ma semplicemente «la donna nuda». Se la figura voglia essere la dea dell'amore, una sposa ideale o una donna reale dell'epoca di Tiziano è una delle domande su cui gli storici dell'arte discutono da quasi cinque secoli.
L'acquirente fu Guidobaldo II della Rovere, figlio di Francesco Maria I della Rovere, duca di Urbino. Negli anni Trenta del Cinquecento Guidobaldo portava, grazie al matrimonio, il titolo di duca di Camerino, un piccolo stato dell'Italia centrale; alla morte del padre, nel 1538, divenne egli stesso duca di Urbino. Per questo il dipinto porta il nome della città di Urbino, sebbene sia stato realizzato a Venezia.
Il lavoro sulla tela iniziò probabilmente intorno al 1532–1534, e la vendita si concluse nel 1538. Le lettere superstiti di quell'anno mostrano quanto Guidobaldo desiderasse possederlo. Ordinò al suo agente a Venezia di non tornare senza due quadri di Tiziano: un ritratto e la «donna nuda». Temeva che il pittore la vendesse a qualcun altro, e le lettere della madre mostrano che anche lei fu coinvolta negli sforzi per assicurarsela. Tiziano lavorava già in quel periodo per la famiglia della Rovere e dipinse i ritratti del padre di Guidobaldo, Francesco Maria, e della madre, Eleonora Gonzaga, che oggi si trovano anch'essi agli Uffizi.
Molti studiosi collegano il quadro a un matrimonio. Nel 1534 Guidobaldo aveva sposato Giulia da Varano, erede di Camerino; lei era ancora una bambina, e le nozze erano un'alleanza politica. Secondo un'interpretazione molto discussa, il dipinto sarebbe una sorta di «quadro nuziale», una celebrazione dell'amore e della fedeltà destinata alle stanze private di un marito. Diversi dettagli sembrano sostenere questa lettura:
Altri storici sono più cauti. Fanno notare che il duca stesso non descrisse mai la figura come una dea o una sposa e che nulla nel quadro (né Cupido, né colombe, né conchiglia) la identifica chiaramente come Venere. A loro avviso, il dipinto era soprattutto un'immagine femminile bella e preziosa, fatta per essere ammirata da un ricco collezionista, e i suoi significati simbolici potrebbero essere stati aggiunti da osservatori successivi. Non si sa neppure chi abbia posato per Tiziano. Lo stesso volto compare in altre sue opere di quegli anni, tra cui La Bella di Palazzo Pitti a Firenze e la Ragazza con pelliccia di Vienna; la modella potrebbe quindi essere una persona che egli ritrasse più volte. Le ipotesi che fosse una dama di corte o una celebre cortigiana veneziana restano congetture.
La composizione è divisa in due parti contrastanti. In primo piano la donna è distesa in diagonale sulla tela, con la testa appoggiata su due cuscini e il corpo rivolto verso di noi. La sua pelle risplende calda e dorata sul bianco freddo delle lenzuola stropicciate e sul rosso intenso dei materassi sottostanti. Porta un bracciale, un anello e un orecchino di perla, ma nessun abito. A differenza di molti nudi precedenti, è sveglia e guarda dritto fuori dal quadro, verso lo spettatore, con un'espressione calma e sicura.
Dietro di lei una tenda o un paravento verde scuro occupa la metà sinistra dello sfondo. Il suo bordo crea una forte linea verticale che cade quasi esattamente al centro del dipinto. A destra la stanza si apre in profondità: un pavimento di piastrelle decorate conduce verso una finestra da cui si vedono un albero e un cielo serale. Lì due serve si occupano dei cassoni. Una, inginocchiata, cerca dentro un cassone, mentre l'altra, in piedi, tiene un indumento sulla spalla, come se stessero prendendo degli abiti per la loro signora. Ricchi arazzi coprono le pareti. Queste piccole attività quotidiane trasformano la scena da mito senza tempo in un momento di vita di una vera casa.
Tiziano non inventò la posa dal nulla. Il suo modello diretto fu la Venere dormiente (oggi a Dresda) del collega più anziano Giorgione, dipinta intorno al 1510. Giorgione morì giovane proprio in quell'anno, e si ritiene generalmente che Tiziano abbia completato parti di quel quadro, probabilmente anche il paesaggio. Nel dipinto di Giorgione la dea dorme in aperta campagna, con gli occhi chiusi e un braccio sollevato dietro la testa.
Nella Venere di Urbino Tiziano mantenne la figura distesa ma cambiò quasi tutto ciò che la circonda. La spostò dalla natura a una camera da letto di palazzo, la svegliò e ne volse il viso verso lo spettatore. La dea sognante e lontana divenne una donna che appare presente e consapevole di essere guardata. Questo passaggio da una figura mitologica idealizzata a una scena ambientata nella vita contemporanea è il motivo principale per cui il dipinto apparve così nuovo ed è stato da allora tanto discusso.
Il quadro è un esempio magistrale della pittura veneziana. Mentre gli artisti di Firenze e di Roma, come Michelangelo, privilegiavano il disegno, cioè il tratto e la progettazione accurati, i pittori veneziani erano famosi per il colorito, che costruisce le forme con il colore e la luce. Tiziano dipingeva a olio su tela e stendeva strati sottili e trasparenti, detti velature, su una base più chiara, così che gli incarnati sembrano risplendere dall'interno.
Gran parte dell'effetto del dipinto si basa sui contrasti. Il corpo morbido e tondeggiante si oppone alla linea dura e diritta della tenda, il primo piano luminoso alla stanza più scura e profonda, l'immobilità della donna al movimento delle ancelle. I rossi e i bianchi del letto ritornano negli abiti delle serve e legano così le due metà della composizione. Perfino il cagnolino, dipinto con pennellate rapide e vivaci, mostra la libertà del pennello di Tiziano.
Il dipinto rimase per quasi un secolo nella collezione dei duchi della Rovere. L'artista e scrittore Giorgio Vasari lo vide nel loro palazzo e lo descrisse nelle sue celebri Vite come una Venere giovanetta distesa tra fiori e panni leggeri, giudicandola molto bella e ben finita. Nel 1631, con l'estinzione della casata dei della Rovere, i tesori artistici della famiglia passarono a Vittoria della Rovere, ultima erede della dinastia, che di lì a poco avrebbe sposato Ferdinando II de' Medici, granduca di Toscana. Fu così che la Venere di Urbino giunse a Firenze ed entrò nelle collezioni medicee.
Nel Settecento era esposta nella Tribuna, la sala più prestigiosa degli Uffizi, accanto a sculture antiche come la Venere de' Medici. I viaggiatori del Grand Tour, il viaggio di formazione attraverso l'Europa compiuto dai giovani aristocratici, venivano ad ammirarla come uno dei vertici dell'arte italiana. Il pittore tedesco Johann Zoffany le diede un posto di rilievo nel suo dipinto La Tribuna degli Uffizi (1772–1778), in cui un gruppo di intenditori inglesi la esamina da vicino.
La Venere di Urbino si colloca all'inizio di una lunga serie di figure femminili distese nell'opera stessa di Tiziano. Già in Amor sacro e Amor profano, dipinto intorno al 1514, aveva rappresentato una Venere svestita come simbolo dell'amore celeste. Dopo il successo del quadro per Urbino tornò più volte sul tema: in diverse versioni della Danae, in dipinti di Venere con un musicista e nelle grandi tele mitologiche, le poesie, realizzate per il re Filippo II di Spagna, come Diana e Atteone, dove le figure femminili sono colte in movimento, in un paesaggio aperto, all'interno di un racconto drammatico.
Non tutti ammirarono il dipinto. Nel suo libro di viaggio Un vagabondo all'estero (A Tramp Abroad, 1880), lo scrittore americano Mark Twain lo attaccò con pesante sarcasmo, definendolo il quadro più indecente del mondo, pur ammettendo che occupava un posto d'onore ed era lodato dai critici. La sua reazione mostra quanto diversamente la stessa immagine potesse essere vista in epoche e culture differenti: per la corte rinascimentale era un'opera raffinata per una stanza privata, mentre per alcuni visitatori dell'Ottocento risultava scioccante.
La risposta più famosa al dipinto venne dal pittore francese Édouard Manet. Durante un soggiorno a Firenze negli anni Cinquanta dell'Ottocento ne eseguì una copia, e nel 1863 dipinse l'Olympia, oggi al Musée d'Orsay di Parigi. Manet mantenne la composizione di Tiziano, la posa distesa, lo sguardo diretto e perfino la serva sullo sfondo, ma ambientò la scena chiaramente nella Parigi del suo tempo. Al posto del cane addormentato dipinse un gatto nero all'erta, e al posto delle ancelle accanto ai cassoni una domestica che porta dei fiori. Quando l'Olympia fu esposta al Salon di Parigi del 1865 suscitò uno scandalo, proprio perché riprendeva un celebre modello rinascimentale e lo rendeva inequivocabilmente moderno.
Da allora la Venere di Urbino è stata citata, parodiata e reinterpretata da molti artisti, fotografi e designer, e resta un esempio chiave nelle riflessioni su come l'arte rappresenta il corpo umano e su chi guarda chi. Per chi studia storia dell'arte offre inoltre una lezione chiara su come un grande pittore potesse prendere un'idea già esistente, in questo caso la dea dormiente di Giorgione, e trasformarla in qualcosa di interamente suo.
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