
Intorno al 1514 un pittore veneziano di circa venticinque anni realizzò uno dei dipinti più belli e più discussi del Rinascimento italiano. Il pittore era Tiziano (Tiziano Vecellio), nato nella cittadina di montagna di Pieve di Cadore; l'anno esatto della sua nascita è sconosciuto, e gli studiosi lo collocano di solito intorno al 1488–1490. Da ragazzo fu mandato a Venezia, dove si formò nella bottega di Giovanni Bellini, il pittore più importante della città, e poi lavorò a stretto contatto con il più giovane e originalissimo Giorgione. Nel 1508 i due artisti dipinsero affreschi sulle facciate del Fondaco dei Tedeschi, il magazzino dei mercanti tedeschi presso il ponte di Rialto.
Giorgione morì di peste nel 1510, ancora giovane. Negli anni seguenti Tiziano ne riprese lo stile poetico e sognante, con la luce morbida, il colore luminoso e le figure che riposano in paesaggi aperti, e cominciò a trasformarlo in qualcosa di suo: più forte, più caldo e più monumentale. Amor sacro e Amor profano è l'esempio più alto di questo momento della sua carriera. Fu dipinto poco prima che iniziasse la sua prima grande commissione pubblica, l'enorme pala dell'Assunta per la chiesa dei Frari a Venezia (svelata nel 1518), e le due opere insieme mostrano quanto rapidamente il giovane artista stesse diventando il primo pittore di Venezia.
Il dipinto non ha firma né data, e non si è conservato alcun contratto. La chiave della sua origine è un piccolo dettaglio: uno stemma scolpito sulla fronte della vasca di marmo al centro della composizione. Appartiene a Niccolò Aurelio, potente funzionario veneziano che era segretario del Consiglio dei Dieci, l'organo responsabile della sicurezza dello Stato veneziano. Nel 1514 Aurelio sposò Laura Bagarotto, giovane vedova padovana. La maggior parte degli studiosi ritiene quindi che egli abbia commissionato il quadro per celebrare queste nozze, e di solito lo si data al 1514, anche se il catalogo della Galleria Borghese preferisce collocarlo intorno al 1515–1516.
Il matrimonio aveva uno sfondo drammatico. Durante la guerra della Lega di Cambrai, quando Venezia combatté contro una coalizione di potenze europee, Padova fu per breve tempo perduta a favore del nemico. Nel 1509 il padre di Laura, il giurista padovano Bertuccio Bagarotto, fu accusato di tradimento e giustiziato dalle autorità veneziane. Che Laura sposasse uno dei più importanti funzionari di quello stesso Stato era un fatto notevole, e forse spiega perché la coppia volesse un dipinto pieno di temi come l'amore, l'armonia e i nuovi inizi. Alcuni storici hanno ipotizzato che il quadro contenesse anche un messaggio di riconciliazione, ma resta una teoria.
La tela è insolitamente larga: misura circa 118 centimetri di altezza e 279 di lunghezza. Questo formato lungo e orizzontale fa pensare che fosse destinata a un punto preciso di una casa, forse sopra un mobile come un cassone nuziale o un letto.
Al centro sta una vasca di marmo scolpito che sembra un antico sarcofago romano, cioè una bara di pietra, qui trasformata in fontana. L'acqua scorre da una piccola cannella sulla fronte fino all'erba, e un piccolo Cupido alato si sporge dal bordo e smuove l'acqua con la mano. Ai due lati siede una giovane donna, e le due si somigliano tanto che forse furono dipinte dalla stessa modella:
Alle loro spalle si apre un ampio paesaggio. A sinistra una strada sale verso un castello fortificato su un'altura, sotto un cielo che si fa scuro, e due conigli stanno nell'erba. A destra la campagna è più luminosa e dolce: un villaggio con un campanile sorge presso un lago, un pastore sorveglia il gregge e alcuni cacciatori con i cani inseguono una lepre. Il rilievo scolpito sulla vasca mostra figure in stile antico. Secondo una nota lettura dello storico dell'arte Edgar Wind, vi compaiono tra l'altro un uomo che viene flagellato, una donna trascinata per i capelli e un cavallo senza briglia condotto per la criniera; gli studiosi interpretano queste scene in modi diversi, spesso come immagini di passioni domate.
Il titolo Amor sacro e Amor profano non fu dato da Tiziano. Un titolo compare per la prima volta in un inventario della collezione Borghese del 1693, quasi due secoli dopo la realizzazione del quadro, nella forma Amor divino e Amor profano; solo in seguito si affermò quello attuale. Il titolo riflette il modo in cui gli osservatori successivi intesero le due donne: l'una come amore celeste, l'altra come amore terreno.
La parola "profano" qui non significa volgare od offensivo. Viene dal latino e vuol dire semplicemente "fuori dal tempio", cioè mondano anziché religioso. Curiosamente, quando il titolo fu inventato, molti osservatori vedevano probabilmente nella donna nuda la figura "profana". Gli storici moderni di solito capovolgono questa lettura: nel pensiero rinascimentale, come vedremo, la nudità poteva rappresentare la purezza e la verità.
Non esiste un'unica spiegazione condivisa del dipinto, e il dibattito prosegue da più di un secolo. Sono state proposte diverse linee interpretative principali.
L'interpretazione più famosa fu sviluppata nel Novecento dallo storico dell'arte Erwin Panofsky e da altri. Si basa sulle idee del filosofo fiorentino Marsilio Ficino, che, sulla scia di Platone, descrisse due specie di Venere, la dea dell'amore. La Venere celeste rappresenta l'amore per la bellezza eterna e divina; la Venere terrena, l'amore che genera la vita nel mondo naturale. Entrambe sono buone e nobili, ma su livelli diversi. Secondo questa lettura, la donna nuda con la fiamma è la Venere celeste: non ha nulla da nascondere, e la sua lucerna arde d'amore per Dio. La donna riccamente vestita è la Venere terrena, adorna delle cose belle di questo mondo. Cupido, che mescola l'acqua tra loro, unisce le due specie d'amore.
Molti studiosi oggi preferiscono una lettura più vicina all'occasione delle nozze. In questa prospettiva la donna in bianco è la sposa stessa, Laura Bagarotto o un'immagine ideale di lei, e la donna nuda è la dea Venere, che la incoraggia all'amore coniugale. Gli abiti della sposa sono pieni di simboli nuziali: il bianco era un colore di purezza, il mirto era la pianta di Venere e del matrimonio, e i guanti e le cinture erano doni di nozze tradizionali e segni di fedeltà. Le rose alludono all'amore, e i conigli nel paesaggio erano un noto simbolo di fertilità, un augurio di figli.
Un'altra proposta collega il dipinto all'Hypnerotomachia Poliphili, uno strano racconto d'amore riccamente illustrato, stampato a Venezia nel 1499 e molto apprezzato dai veneziani colti. Vi si narra come il protagonista Polifilo e la sua amata Polia incontrino la dea Venere presso una fontana che è anche una tomba. Lo storico dell'arte Walter Friedlaender ipotizzò che Tiziano avesse tratto la scena da questo libro. Qualunque sia la fonte esatta, la miscela di forme antiche, simboli e poesia amorosa si accorda con il gusto erudito dei committenti di Tiziano.
Queste letture non sempre si escludono a vicenda. Un veneziano del 1514 poteva benissimo vedere il quadro insieme come un'immagine nuziale e come una meditazione sui due volti dell'amore.
Qualunque sia il suo significato, il dipinto è anzitutto un trionfo del colore. Tiziano dipinse a olio su tela, un supporto che i pittori veneziani furono tra i primi in Italia a preferire alle tavole di legno. Costruì l'immagine per strati, conferendo alla pelle della figura nuda un bagliore caldo e vivo e contrapponendolo al riflesso freddo del raso bianco. Il rosso intenso del manto a destra e delle maniche a sinistra lega le due metà della composizione, e gli alberi verde scuro dietro le figure fanno risplendere ancora di più i colori.
Il paesaggio deve molto a Giorgione e a Bellini, ma le figure sono più piene e solide di quelle di Giorgione, e le loro pose sono chiaramente studiate. La composizione è equilibrata come una bilancia: due donne, due paesaggi, due stati d'animo, con Cupido e la fontana al centro. Un'analisi scientifica della pittura condotta nel 2000 ha identificato i pigmenti da lui usati, tra cui biacca, azzurrite, giallo di piombo e stagno, vermiglione e ocra gialla: una gamma limitata da cui seppe trarre effetti di straordinaria ricchezza. La luce della sera, che arriva da sinistra, ammorbidisce ogni contorno e dà all'intera scena un'atmosfera quieta e senza tempo che la pittura veneziana avrebbe reso celebre.
Il dipinto rimase probabilmente a Venezia per gran parte del Cinquecento, ma la sua storia precisa in quegli anni non è nota. Nel 1608 fu acquistato a Roma dal cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V e uno dei più appassionati collezionisti d'arte del suo tempo, insieme a un gruppo di dipinti provenienti dalla collezione di un altro cardinale, Paolo Emilio Sfondrato. Scipione Borghese sostenne anche il giovane scultore Gian Lorenzo Bernini e collezionò opere di Caravaggio e di Raffaello. Da allora Amor sacro e Amor profano è rimasto nella collezione Borghese, oggi la Galleria Borghese di Roma.
Il dipinto occupa un posto famoso nella storia dei prezzi dell'arte. Nel 1899 un membro della famiglia di banchieri Rothschild offrì di acquistarlo per 4 milioni di lire. Si diceva che questa somma superasse il valore stimato dell'intera Villa Borghese, compresi il parco e tutte le altre opere d'arte. L'offerta fu respinta. Pochi anni dopo, nel 1902, lo Stato italiano acquisì la collezione Borghese e la villa, e il dipinto divenne proprietà pubblica. Oggi è una delle opere più note del museo.
Amor sacro e Amor profano segna il momento in cui Tiziano andò oltre i suoi maestri. Qui dimostrò che un quadro poteva essere una sorta di poesia visiva, ricca di significato ma anche semplicemente bella da guardare, un'idea che guidò le sue successive opere mitologiche. Pochi anni dopo avrebbe dipinto per il duca di Ferrara vivaci scene di miti antichi come Bacco e Arianna, e il nudo calmo e idealizzato a destra di questo quadro anticipa le sue dee distese, soprattutto la Venere di Urbino del 1538.
Per gli artisti successivi il dipinto divenne un modello del colore e dell'armonia veneziani. Pieter Paul Rubens e molti altri studiarono il modo in cui Tiziano rendeva la pelle e i tessuti, e pittori dal Seicento in poi copiarono e rielaborarono le sue composizioni. Per scrittori e storici, intanto, l'opera è diventata uno dei grandi enigmi dell'arte rinascimentale. Mostra come un'unica immagine potesse unire una celebrazione nuziale, la filosofia, il mito antico e le speranze di una coppia reale che attraversava un periodo difficile.
Durante una visita vale la pena cercare alcuni dettagli più piccoli: le minuscole figure nel paesaggio, i conigli nell'erba, lo stemma di Niccolò Aurelio sulla fontana e il modo in cui il braccio di Cupido scompare nell'acqua. Ognuno invita a rallentare e a guardare di nuovo, che forse era proprio ciò che Tiziano voleva fin dall'inizio.
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